Mio animale e mia anima (2008)
Le poesie d’amore dovrebbero essere anonime, tutte quante anonime: per quella proprietà che intrinsecamente posseggono, che, pur parlandoci d’amore, ci riconducono al dolore, ci richiamano alla pietà.
Tuttavia, è proprio grazie a queste tre dimensioni (dell’amore, del dolore, della pietà) che possiamo ipotizzare uno “spazio dello spirito”.
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Le Felicità Nascoste (2007)
Alla vigilia del suo centesimo compleanno, un uomo, che si è da tempo ritirato in solitudine, si appresta a celebrare l’avvenimento sistemando con cura le bottiglie di vino che si è fatto inviare da ogni parte del mondo presso la sua piccola dimora di fronte al mare. L’intento è quello di spegnere, con l’aiuto dell’alcol, ogni memoria del proprio passato e consegnarsi, dunque, alla morte…
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La solitudine di un bevitore.
Vino, donne, amore nel secondo romanzo di Paolo Bonesso.
Giungere a compiere cento anni e decidere di porre fine ai propri giorni parrebbe un fatto indubbiamente fuori dal comune e anche alquanto illogico. Bisogna essere sostenuti da ragioni particolari e profonde, oppressi da un’insostenibile affanno per recidere una vita che, in salute, arriva ad una così venerabile soglia. Se poi il metodo scelto per portare a termine la propria esistenza consiste nel bere, lentamente e quasi in modo rituale, i diversi vini della propria esistenza, ritirati da ogni parte del mondo appositamente per l’occasione, questo vuol dire che della vita di questa persona c’è molto da ascoltare. L’ultimo lavoro di Paolo Bonesso, Le felicità nascoste. Memorie involontarie di un bevitore di vino (inEdition, pp. 205, € 14,00, introduzione di Rino Tripodi) è la confessione di un uomo che cerca di spiegarci, e spiegarsi, il male di vivere che lo attanaglia e contro il quale non desidera più né lottare, né convivere. Egli ripercorre, con l’aiuto del vino, vari episodi della sua vita. Ogni bottiglia giunge da un Paese diverso, ogni Paese richiama alla mente persone, fatti, donne, suggestioni, amori, amarezze (che sembrano essere il retrogusto comune ad ogni ricordo). «Le bottiglie mi sono arrivate in cartoni imballati dall’Italia, dalla Francia, dal Cile, dal Libano, dalla Grecia, dall’Ungheria, dall’Argentina, dal Portogallo, dall’Austria e dal Brasile. Sono i vini della mia vita.» Le scelte stilistiche e l’organizzazione dei capitoli, sono ricercate e originali. Dopo tre capitoli di presentazione di sé, della sua condizione attuale e delle ragioni e modalità per spegnere la propria vita, il protagonista dedica ogni capitolo, ossia ogni memoria, al nome di un vino e al luogo di provenienza di questo.
Il ruolo del vino
«Sarà il vino ad aiutarmi, a farmi urlare di dolore e poi a narcotizzarmi, spingendo lievi perle di sudore lungo la schiena. Oggi le mie bottiglie saranno piene del mio sangue, che poi abbandonerò ai bordi del letto, perché sia preda del buio senza fine. [... ] Ho bisogno dell’incoscienza del distacco, dell’oblio. Ne ho bisogno per abbandonarmi per sempre, perché la morte non possa divorare i miei ricordi»: in queste parole è racchiuso il ruolo del vino nell’ultima notte di ricordi del protagonista. Il vino è confessore e guida, è un aiuto per richiamare alla memoria e per poi dimenticare. Inoltre è un, non piccolo, escamotage letterario. Bonesso sorseggia i ricordi, li assapora con precisione da sommelier e li riporta sulla carta con la stessa delicata, minuziosa descrittività. Tutto galleggia in un’unica soluzione: il tempo, lo spazio, l’amore, il dolore, i Paesi e le avventure. «Lo so che c’è un ordine nei ricordi, ma provo a raccontarli in modo che il mio stanco cervello li possa sentire ancora una volta» confessa il vecchio protagonista. E se una molto concreta curiosità spingerà il lettore a cercare una risposta a tanti tormenti, a dare un ordine alle date, ai luoghi, alle vicende che hanno portato a tanto dolore e a tanta solitudine, sappiate che questo non importa al narratore: egli afferra una bottiglia, la guarda controluce e fa affiorare da essa, dal suo profumo, dal suo colore e dal suo gusto la storia che racchiude.
Prima e dopo di lei
Facciamo un po’ di chiarezza tra le amarezze del nostro protagonista. Benché egli sembri sempre guardare con certa dolorosa rassegnazione alle cose del mondo (e agli affari dei sui simili in particolare) la discesa verso la solitudine e la rassegnazione partono da un amore perduto, anzi, dall’amore perduto. «Avrei potuto intitolare questa confessione “Prima e dopo di lei”, se solo avessi avuto il coraggio, se avessi ammesso a me stesso che, a un certo punto la mia vita svoltò, all’improvviso, e non fu mai più quella di prima». Come fosse prima la sua vita, però, non lo sapremo mai, non potremo nemmeno immaginarlo: questa semplice confessione Bonesso non la concederà. “Lei” non avrà mai un nome, il perché dell’abbandono non avrà una spiegazione, quando tutto ciò sia avvenuto possiamo solo intuirlo da alcune frasi sparse nei suoi racconti: «A quel tempo mi capitava di lavorare a Genova, di venerdì e di sabato. Così ne approfittavo per fermarmi anche la domenica. Lei mi raggiungeva in treno il venerdì sera dopo il lavoro». E poche righe dopo confessa il suo dolore: «Alla vita piace non mantenere alcuna delle sue promesse di splendore, dopo averci spinto a urlare una parola che poi saremo costretti a rimangiarci come un cibo al cianuro: insieme». L’amore risulta essere un luogo irresistibile e difficile, la più pericolosa delle assuefazioni, la più crudele delle madri. Ecco perché nelle donne Paolo (a p. 35 Bonesso, distrattamente, ci informa che questo è il nome del protagonista) cerca consolazione, sollievo, una dose minima di contatto che lo faccia sopravvivere, senza volersi mai, comunque, del tutto disintossicare, dimenticare o dirigersi verso una nuova vita. Ogni capitolo è, allora, un racconto, un vino, un viaggio ma anche una storia d’amore, se non del protagonista, di qualcuno che ha incontrato; e non sarà nient’altro che tragica. Perché così è concepito l’amore.
I viaggi
Il torinese Paolo Bonesso, nella sua vita (quella vera non quella in qualche modo trasportata nel suo romanzo) è Formatore di Project Cycle Management - metodologia di progettazione di interventi di aiuto allo sviluppo - e di Tecniche di Comunicazione. Viaggi avventurosi, cinema, vino e letteratura le sue grandi passioni. Ha inoltre una lunga esperienza di volontariato naturalistico con Conservation Volunteers Australia in Northern Territory e Queensland (2001). Facile allora capire perché le descrizioni che riporta dei luoghi, degli scorci naturali, delle bellezze paesaggistiche siano così sentite e vive. È evidente l’ansia che prova per le sorti delle risorse naturalistiche più belle del pianeta: «Tutto questo capiterà qui, dove ora ci sono sabbia, uccelli colorati e scimmie che partoriscono vicino agli scogli. Fra qualche tempo ci saranno case, cucine e bagni disinfettati. Non si vedrà più un ragno, perché ai turisti non piacciono, e tanto meno i topi. Tutto questo accadrà qui.» Oppure ancora: «Poco dopo il tramonto quel posto si trasformava nel regno dell’inconsueto. Il silenzio nel quale tutto quel mondo piombava all’imbrunire diventava la pista di registrazione di suoni incredibili [... ] Bastava rimanere sul dondolo in silenzio per fare ingresso in un auditorium naturale dove tutti i musicisti di quella terra incredibile erano convenuti per il concerto della notte». La vera consolazione per il cuore spezzato sembra venire da quanto offre ai sensi la bellezza della natura, e i sensi registrano e godono di ogni sbuffo di polvere sulla sabbia, di ogni suono misterioso nella notte selvaggia, di ogni luce di alba e tramonto all’orizzonte. Questo sembra essere il vero Bonesso.
Prosit
Alla fine il lettore rischia di sentirsi confuso, pieno di dubbi, pensieroso, un po’ triste e inquieto: proprio come dopo una notte di bevute. Vuol dire che Bonesso vi ha trascinati con sé, nelle sue memorie non involontarie, anzi (come ci fa notare Tripodi nell’introduzione), ricercate, come ricercata, sontuosa e ricamata è la scrittura. Ci sono due soluzioni: diventare critici e reattivi o lasciarsi trascinare. In ogni caso… prosit.
Alessia Truzzolillo
Jiwe Pietra d’Africa (2003)
«C’immergevamo sempre più a fondo
nel cuore delle tenebre» «Risalire quel fiume era come viaggiare all’indietro nel corso del tempo, ritornare ai primordi, quando la vegetazione cresceva sfrenata sulla terra e i grandi alberi ne erano i sovrani. Un fiume deserto, un silenzio solenne, una foresta impenetrabile. L’aria era calda, spessa, greve, immota. E non v’era alcuna gioia nello splendere del sole …
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